Curiosity riprende quattro (o tre?) UFO nei cieli di Marte


Uno dei soliti utenti di Youtube, in questo caso da parte dell’Alien Disclosure Group UK, in un video caricato dal suo account, mostra quattro piccoli punti nel cielo di Marte, in una foto scattata dalla sonda Curiosity in missione su Marte. Questo il video:

 

Nell’ immagine originale della NASA, l’avvistamento dei puntini luminosi non è immediatamente visibile, a causa del basso contrasto dell’immagine. Per notare i presunti oggetti, è necessario intervenire sul contrasto della foto.

Questa è l’immagine originale:

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Questa è l’immagine con più contrasto:

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Si vedono tre puntini in cielo:

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Questa la stessa immagine in negativo fotografico:

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L’atollo Mururoa rischia il crollo. E’ stato teatro di un trentennio di test nucleari della Francia


Secondo un rapporto segreto trapelato in questi giorni, l’Atollo corallino di Mururoa, teatro di un trentennio di esperimenti nucleari della Francia, sarebbe in pericolo di crollo. Una notizia confermata dall’Associazione Nucleare della Polinesia Francese, secondo la quale il governo avrebbe mantenuto il più stretto riserbo sin dal 2010. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di ricostruire la storia degli esperimenti condotti negli ultimi decenni: Moruroa è un atollo che fa parte dell’Arcipelago Tuamotu nella Polinesia francese, a 1250 chilometri a sud est di Tahiti. Un angolo di mondo affascinante dal punto di vista paesaggistico. Ufficialmente la Francia ha condotto 179 esperimenti nucleari tra il 1966 ed il 1996, di cui 41 atmosferici e 138 sotterranei.

L’atollo è stato ufficialmente istituito come sito di test nucleari dalla Francia il 21 settembre 1962, mentre l’atollo di Hao, 245 miglia nautiche (450 km) a nord-ovest di Mururoa, fu scelto come base di appoggio per i test. Nonostante le obiezioni da parte di 30 membri dell’Assemblea Territoriale polinesiana, il primo test nucleare venne condotto il 2 luglio 1966, al quale fu dato il nome in codice Aldebaran.

L’armamento consisteva in una bomba nucleare di 30 chilotoni, più potente della bomba all’uranio che sconvolse Hiroshima.

Greenpeace dichiarò che fu succhiata tutta l’acqua della laguna, mentre piovvero pesci e molluschi morti, contaminando l’area sino al Perù e alla Nuova Zelanda.

Due anni dopo, nel 1968, fu la volta di una bomba H con potenza di mille chilotoni.

Nel 1974, a seguito di pesanti pressioni internazionali, la Francia abbandonò i test atmosferici che avevano caratterizzato il primo ventennio di esperimenti, e iniziò quelli sotterranei, trivellando il terreno dell’atollo e facendo detonare il materiale nucleare, perforando in profondità nelle rocce vulcaniche sottostanti.

Tale pratica creò molte polemiche per il timore diffuso che le radiazioni intrappolate nel sottosuolo potessero fuoriuscire, contaminando l’oceano e gli atolli limitrofi.

Il 25 Luglio 1979, infatti, uno di questi test causò un disastro ambientale, in quanto il dispositivo rimase bloccato a metà strada del relativo pozzo trivellato. L’evento provocò una grande frana sottomarina sul bordo sud-ovest dell’atollo, generando inoltre un’enorme onda di tsunami.

L’esplosione causò una crepa di 2 chilometri di lunghezza e 40 cm di larghezza. Negli anni ’90, dopo un primo stop, si decise di riprendere gli esperimenti, per consentire alla nazione francese di mettere a punto la tecnica della simulazione per poi bandire definitivamente i test.

La decisione diChirac suscitò reazioni durissime nell’area del Pacifico, ma anche nel resto del mondo. Il terreno di prova fu poi definitivamente smantellato in seguito all’ultimo test del 27 Gennaio 1996, ma l’atollo ancora oggi è custodito dalle forze francesi.

 

Il presidente dell’Associazione Nucleare, Roland Oldham, ha riferito che in caso di crollo potrebbe essere rilasciato del materiale radioattivo nell’Oceano Pacifico.

Un ufficiale francese della sicurezza sul nucleare, Marcel Jurien de la Graviere, ha suggerito che le popolazioni residenti nei pressi dell’atollo potrebbero essere esposte a radiazioni 300 volte più intense del territorio francese, con conseguenze internazionali.

L’associazione ha anche dichiarato che se l’evento dovesse accadere, potrebbe innescare un’onda di tsunami alta 15 metri, che andrebbe a distruggere le coste esposte.

E mentre si stanno mobilitando esperti indipendenti per condurre uno studio dettagliato, atto a fornire maggiori informazioni sul possibile collasso, Oldham avverte che non si tratterebbe semplicemente di un problema locale, ma di un problema riguardante l’intero ecosistema terrestre:

Dobbiamo avvertire tutti perché il problema non riguarda solo alcuni degli atolli che si trovano a soli 100 km da Mururoa. Penso che se questo materiale dovesse essere diluito in mare, saremmo di fronte ad un problema molto grande per l’ambiente, e da quelle aree così remote non avremmo alcun controllo”.

Attualmente gran parte dell’isolotto è sotto il livello del mare. La strada può essere percorsa solo sino ad un certo limite, ma in alcuni punti l’acqua raggiunge i 2 metri. E guardando attraverso di essa si scorgono le crepe derivate dalle esplosioni.

 

Già tempo fa un grande ricercatore, Jacques Cousteau, mise in guardia in merito a perdite di gas e crepe nel mare, ma le autorità francesi hanno sempre smentito queste affermazioni, ribattendo categoricamente alle accuse.

Per diversi giorni dopo gli esperimenti, tuttavia, vari esperti ed appassionati notarono formazioni nuvolose molto particolari.

La maggior parte di queste osservazioni era causata dall’evaporazione dell’acqua di mare che circondava le esplosioni, ma molti altri casi non risultavano coerenti con i pre-esistenti modelli meteorologici.

Un recente rapporto suggerisce che solo 11 dei 20 sensori per il monitoraggio ambientale sono in realtà funzionali, che potrebbe significare un crollo senza preavviso del sistema di monitoraggio.

Circa un decennio dopo la fine degli esperimenti nucleari, un gruppo di ricercatori francesi dell’Istituto nazionale della Sanità e della Ricerca medica (Inserm) francese, capeggiati da uno dei suoi direttori, Florent de Vathaire, assicurò di aver stabilito, attraverso una ricerca compiuta su 239 casi di tumore, un forte legame fra le ricadute dovute agli esperimenti nucleari realizzati dalla Francia e il rischio di un cancro alla tiroide nella zona dell’atollo polinesiano. Il numero di tumori direttamente riconducibili agli esperimenti venne stabilito in una decina di casi, cifra elevata se registrata in un contesto abitativo di un atollo. Secondo l’organizzazione Aven, inoltre, la Francia è uno degli ultimi paesi al mondo a riconoscere la nocività degli esperimenti nucleari.

Nonostante il governo francese abbia dichiarato che la zona della polinesia francese sia priva di ogni rischio ambientale e di inquinamento da radiazioni, l’accesso all’atollo è vietato da forze militari.

Attualmente Mururoa si presenta desertica e circondata da navi da guerra, con all’interno un vero e proprio aeroporto costato 40 milioni di franchi. E guai a lamentarsi.

Arriva il “Colosso dei deserti”: un’altra Balla



Dopo Caronte, Minosse, Scipione, Caligola, Nerone e Annibale, è ora il turno del Colosso dei deserti! Questa estate sempre più torrida sta mettendo in ginocchio il BelPaese, causando da Nord al Sud danni alle colture così pesanti da far parlare di vero e proprio stato di calamità.
Il tempo ed il clima sono tutt’ora manipolati da una banda di criminali senza scrupoli, con obiettivi ben precisi e con la piena collaborazione delle autorità governative che, invece, dovrebbero essere preposte alla tutela dell’ambiente, della salute dei cittadini e della stabilità economica dei paesi. Sappiamo, però, che purtroppo non è così. …
In Veneto sono più di 350 mila gli ettari in forte sofferenza, con perdite che arrivano al 100 % nelle zone non irrigate della bassa padovana e un calo delle rese complessivo stimato in oltre 7 milioni di quintali per il granoturco e 560 mila quintali per la soia. In Lombardia i raccolti di mais e pomodori hanno subìto tagli di oltre il 20 %. Inoltre per salvare campi e raccolti gli agricoltori sono costretti a usare a pieno regime le pompe per pescare l’acqua dai canali e irrigare, con un aumento del consumo di gasolio pari al 30 %.

In Emilia Romagna ad essere in ginocchio è soprattutto il settore ortofrutticolo, secondo quanto emerso da una riunione della consulta agricola regionale. Il lungo periodo di siccità, iniziato lo scorso novembre, ha portato alla perdita fino al 100 % del raccolto nelle province di Ferrara e Bologna. In Abruzzo calo del 30 per cento della produzione di finocchi, radicchi e carote nelle coltivazioni delFucino. Si rivela urgente la necessità di ammodernare il sistema di irrigazione.
In Toscana secondo una prima stima sarebbero 60 milioni i danni provocati da caldo e siccità. Il 30 per cento del pomodoro, il 50 per cento di mais, girasoli e barbabietola sono già andati persi, mentre nelle stalle le mucche hanno prodotto il 20 % in meno di latte a causa dello stress causato dal caldo rovente.
Anche in Lazio per l’agricoltura è codice rosso; ad essere colpiti sono soprattutto castagneti, noccioleti, oliveti, vigneti e ortofrutta mentre sono in pericolo anche gli allevamenti zootecnici, sia bovini che ovini, che per la mancanza di foraggio e per l’afa hanno ridotto drasticamente la produzione di latte bovino e ovino.
Nelle Marche le alte temperature registrate a luglio in provincia di Pesaro, fino a 6 gradi superiori alla media, hanno portato a un calo della produzione di girasole che va dal 20 % fino al 90 % per chi ha seminato tardi.
In Campania i danni alle coltivazioni di mais, pomodoro e uva e tabacco sono stimabili in circa 50 milioni di euro. Infine in Puglia sono 108 i milioni di metri cubi di acqua in meno negli invasi all’inizio di agosto 2012, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una situazione da allarme rosso per le produzioni orticole, frutticole e gli animali. Calo del 25 % per i pomodori, mentre le mucche hanno prodotto in media dal 10 al 20 per cento di latte in meno, con punte che arrivano anche al 50 per cento nei giorni più roventi. [1]
La stazione H.A.A.R.P. di Gakona (Alaska), dispone di 180 antenne che, lavorando di concerto, riescono a produrre a terra un ritorno di bassa frequenza, sparando sulla ionosfera una ricaduta di 10 gigawatt (10 miliardi di watt). 10.000MW = 130 decibel (jumbo al decollo).
Se moltiplichiamo 1 w per migliaia di volte, si può immaginare la ricaduta al suolo: esplosioni radianti (i famigerati boati…) a qualsiasi altezza, terremoti a qualunque profondità, manipolazione del clima, innalzamento della temperatura dell’aria…
H.A.A.R.P. non influisce sulle correnti a getto direttamente, ma in modo indiretto. Se la ionosfera si espande nello spazio, la stratosfera sottostante ad essa deve modificarsi per colmare quel vuoto e, modificandosi, devia il corso delle correnti a getto di migliaia di chilometri, alterando gli spostamenti dell’acqua nell’atmosfera.
H.A.A.R.P. è solo uno dei numerosi “riscaldatori ionosferici” installati in tutto il mondo.
Solo gli Stati Uniti ne contano tre: uno a Gakona ed uno vicino a Fairbanks, in Alaska ed un altro ad Arecibo, in Puerto Rico.
La Russia ne ha installato uno a Vasir Surks, nei pressi di Nižni Novgorod e l’Unione europea un altro nei dintorni di Tromso, in Norvegia.
Sfruttando un’azione congiunta, questi trasmettitori sono potenzialmente in grado di alterare il clima di qualunque area del pianeta, variando radicalmente la traiettoria delle correnti a getto ed innescando temporali catastrofici  o tremende siccità.
Il riscaldamento dell’atmosfera potrebbe persino cambiare l’epicentro degli uragani e creare delle cupole di alta pressione in grado di deviarne il corso.
I cosiddetti “riscaldatori ionosferici” vengono sfruttati per le mutazioni atmosferiche. I rapporti del’esercito statunitense lo dimostrano, il Pentagono lo ammette nei documenti ufficiali, eppure smentisce il loro reale uso di fronte all’opinione pubblica.
Il governo statunitense è fermo sulle sue posizioni e ribadisce che  H.A.A.R.P.  è semplicemente una struttura per la ricerca meteorologica, ma è forse un caso che dalla sua attivazione gli esperti abbiano registrato bizzarre anomalie climatiche, tra cui massicce inondazioni, uragani, drammatici periodi siccitosi e terremoti?
I calcoli matematici disponibili prevedono un “riassestamento” della corrente a getto polare per il 26 agosto e ciò, in linea del tutto teorica, dovrebbe portare a copiose precipitazioni e ad un repentino calo delle temperature, sempre che i militari e chi per loro non rovinino, ancora una volta, la festa.

Ecco Lucifero, caldo anche al Polo


L’afa con Lucifero sarà ancora più ‘infuocata’.

Il caldo toccherà anche la Scandinavia fino in Lapponia e produrrà un parziale scioglimento del Polo.

Secondo Edoardo Ferrara di 3bmeteo.com: ”Il Vecchio Continente si troverà a fronteggiare l’ondata di calore più intensa, estesa e duratura di questa estate 2012.

Sulla nostra Penisola si potranno raggiungere i 38-40 gradi, punte di oltre 40-41

sulla Francia, fino a 45-46 sulla Spagna”.

Le maggiori preoccupazioni sono per la già grave condizione siccitosa in cui versa l’Italia e, soprattutto, per l’elevatissimo rischio incendi anche nei prossimi giorni.

Le conseguenze sul clima saranno negative anche per i prossimi mesi:

il Mediterraneo, troppo caldo rispetto alla norma, nella prossima stagione autunnale potrebbe favorire la nascita di pericolosi nubifragi.

Finisce sul web il piano segreto dell’attacco contro l’Iran


Un attacco coordinato, che includa anche un’aggressione cibernetica senza precedenti in grado di paralizzare totalmente il regime iraniano e la sua capacità di comprendere cosa stia accadendo entro i propri confini. I presunti piani di guerra d’Israele contro Teheran sono stati rivelati dal blogger israelo-americano Richard Silverstein che ha pubblicato sul suo sito “Tikun Olam” (“Riparare il mondo”, in ebraico) un estratto di un dossier che gli sarebbe stato dato da una fonte israeliana di alto livello che, a sua volta, l’avrebbe ricevuto da un ufficiale delle Forze di difesa israeliane. Il documento è stato passato perché, secondo la sua fonte, «questi non sono tempi normali e temo che Bibi (Netanyahu, premier d’Israele, ndr) e Barak (ministro della Difesa, ndr) facciano maledettamente sul serio».
Il piano d’attacco in tre fasi. Il dossier rivela il piano di attacco in tre fasi:
nella prima si ricorrerebbe alla tecnologia più sofisticata per mettere ko Internet, i telefoni, la radio, la tv, le comunicazioni satellitari, le connessioni in fibra ottica degli edifici strategici del Paese, comprese le basi missilistiche sotterranee di Khorramabad e Isfahan.
Per la seconda fase sarebbe previsto il lancio di decine di missili balistici, in grado di coprire una distanza di 300 chilometri, contro la Repubblica islamica dai sottomarini israeliani posizionati vicino al Golfo Persico. Missili «non dotati di testate convenzionali», precisa il documento, «ma con punte rinforzate, progettate per penetrare in profondità». In questo caso, il dossier fa riferimento ai siti sotterranei, come quello di Fordo, forse quello che più preoccupa Israele perchè scavato in una montagna vicino a Qom ad una profondità tale che si presume sia fuori della portata anche delle bombe più perforanti.
Infine la terza fase, con il lancio di altri missili – questa volta da crociera – per mettere ko i sistemi di comando e controllo, di ricerca e sviluppo e le residenze del personale coinvolto nel piano di arricchimento dell’uranio. Le informazioni raccolte nel corso degli anni saranno utilizzate per decapitare completamente i ranghi professionali e di comando dell’Iran in questi campi.
Dopo la prima ondata di attacchi, che saranno cronometrati al secondo, un satellite passerà sopra l’Iran per valutare i danni agli obiettivi. Le informazioni saranno quindi trasferite agli aerei di guerra dotati di tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche all’alleato americano, invisibili ai radar e inviati in Iran per finire il lavoro, colpendo un elenco ristretto di obiettivi.

La siccità dimezza i raccolti: ma la cosa grave è che è studiata a tavolino


La prolungata siccità che interessa l’Italia sta provocando ingenti danni all’economia. E questo potrebbe essere dovuto alle operazioni di Geoingegneria volte a ridurre le precipitazioni atmosferiche che secondo il “Guardian” sono state effettuate in Italia, nel solito silenzio generale.

Non bastava la crisi, gli speculatori, i mercati. La nostra economia deve fare i conti anche con la grave siccità che sta colpendo il paese, e sta facendo danni ingentissimi, più di quanto sia comunemente percepito. Il primo settore a farne le spese è ovviamente l’agricoltura, settore già minato dal “caro gasolio” e dalla concorrenza estera:è la Coldiretti a lanciare l’allarmela principale associazione di categoria degli agricoltori, che fa la conta dei danni: Nerone, il quinto anticiclone della stagione ha dato il “colpo di grazia” al settore, con i raccolti che sono dimezzati: ridotta dal 20% la produzione di pomodori, del 30% quella del mais e del 40% la soia. Un danno di svariati milioni di euro. 

La cosa che suscita forti perplessità, è che questa siccità potrebbe non essere dovuta esclusivamente ai capricci di Madre Natura. La notizia è passata inosservata sui mass media italiani, nessuno ne parla, e nessuno dei quasi mille parlamentari sente l’esigenza di chiedere spiegazioni tramite un’interrogazione parlamentare, mal’autorevole giornale inglese  Guardian  (che di certo non può esser considerato una fonte ‘complottista’) poche settimane fa ha pubblicato la mappa mondiale delle modificazioni climaticherilevando che Europa e Nord America sono le zone più sottoposte a questo genere di operazioni (di cui nessuno parlae da questa risulta che in Italia siano state effettuate operazioni volte alla riduzione delle precipitazioni atmosferiche. Ne abbiamo parlato in questo articolo. Operazioni sulla quale non possiamo fornire nessun dettaglio, visto che la questione è coperta da una impenetrabile censura, ma delle quali sicuramente non c’era alcuna necessità, anzi vista la situazione, probabilmente sarebbe stato più appropriato condurre operazioni per aumentare le piogge, e non per ridurle/eliminarle.

Alcuni interrogativi nascono spontanei: domande che rivolgiamo ai giornalisti delle più famose testate nazionali, molte delle quali ricevono contributi milionari che dovrebbero utilizzare per informare i cittadini, e agli esponenti politici di tutti i partiti, che dovrebbero rappresentare e tutelare i cittadini e non si interessano minimamente alla questione, nonostante la stampa estera ne parli candidamente.

  1. Non credete che sia il caso di fare chiarezza sulla vicenda illustrata dal Guardian e riferire ai cittadini? 
  2. Per quale motivo sono state artificiosamente limitate le precipitazioni atmosferiche in Italia?
  3. Chi ha disposto queste operazioni, e per quali motivi?
  4. Chi conduce queste operazioni e quali sostanze vengono utilizzate?
  5. Perché nessun organo di informazione affronta la questione?
  6. La questione è collegata al fenomeno delle cosiddette “scie chimiche” di cui discutono numerosi siti web, ma non viene mai affrontata a livello ‘ufficiale’?

Sicuramente i nostri interrogativi cadranno nel vuoto, tuttavia ci prenderemo la briga di trasmetterli ad alcune testate giornalistiche ed esponenti politici di tutti i partiti, insieme alla mappa del Guardian, e invitiamo tutti i nostri lettori e gli amici blogger liberi a fare altrettanto: rivendichiamo il nostro diritto ad essere informati, anche perché il fatto che siano state effettuate operazioni volte a ridurre le precipitazioni, per poi ritrovarci in una situazione critica di siccità, non sarebbe assolutamente accettabile, e potrebbe essere interessante anche dal punto di vista giuridico, visto che è presumibile che tali operazioni abbiano provocato/incrementato la siccità e quindi i danni ad essa riconducibili…

Alessandro Raffa per nocensura.com

Impressionante tempesta estiva sull’Artico


 

Il 5 agosto sul Mar Artico centrale, si è formata un’insolita impressionante tempesta.

Il Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS) del satellite Aqua della NASA. il 6 agosto 2012, ha catturato questo mosaico di immagini a colori.

E’ un evento poco comune durante il periodo estivo: Paul A. Newman a capo dell’Atmospheric Sciences del  NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland, ha stimato che negli ultimi 34 anni di dati satellitari, solo 8 volte si sono verificate tempeste simili nell’Artico durante il mese di agosto.

Queste tempeste possono avere un impatto devastante sull’andamento dei ghiacci attraverso numerosi meccanismi: a seguito di questo evento infatti, sembra essersi staccata un’importante porzione di ghiaccio, i forti venti poi, fanno il resto, spingendolo verso le acque più calde. Questo porta senz’altro ad un decadimento ancora più grave e veloce della copertura di ghiaccio estiva: una tempesta della stessa potenza, anni fa, avrebbe avuto sicuramente un impatto minore.