Aereo con scie chimiche che non provengono dal motore


 

Ecco un video di aereo con scie che non provengono dal motore e che quindi non sono di condensa, registrato mentre sorvolava la città di Nizza 

Questi aerei volano bassi tanto bassi che, quando stanno sulla nostra verticale, si distinguono nettamente le ali, il muso, la forma degli aerei.

Gli aerei che volano a 10 km di altezza difficilmente si scorgono; per altro se formano davvero una scia di condensa ciò vuol dire che ad alta quota ci deve essere una forte umidità relativa, che inibisce la visibilità.

 

 

Continuano le manipolazioni climatiche sull’Italia


Guardate con molta attenzione questo fronte artificiale che e’ stato prodotto sulla Spagna nord-occidentale

e che sta’ bloccando l’afflusso di correnti atlantiche (umide) verso il nostro paese

La foto satellitare e’ una chiara testimonianza dell’artificiosita’ del mostro che hanno creato,

un groviglio letale di scie chimiche che  portera’ un caldo infernale sull’Italia……

Un intenso flusso di vento solare raggiungera’ la Terra tra l’1 e il 2 Luglio


un intenso flusso del vento solare è “sgorgato” ad alta velocità dal solco oscuro (evidenziato nell’immagine)
nell’atmosfera del Sole che sta girando sul lato rivolto verso la Terra.
Il NASA Solar Dynamics Observatory ha scattato questa foto del buco coronale durante le prime ore del 27 giugno.
buchi coronali sono luoghi in cui il campo magnetico del Sole si apre e permette al vento solare di fuggire.
Un flusso di vento solare particolarmente intenso che è “sgorgato” da questa particolare apertura,
dovrebbe raggiungere la Terra nei giorni compresi tra  il 1 e il 2 Luglio.
Ad alta latitudine gli osservatori del cielo sono allertati in quanto sono molto probabili aurore in quelle date.
Le previsioni della NOAA stimano una probabilità del 40% di attività geomagnetica intensa non appena il flusso
impatterà lungo il campo magnetico terrestre .
Sarà necessario porre le dovute attenzioni ai prossimi giorni.

Mistero del mar Baltico: la struttura emette un campo elettromagnetico?


L’equipaggio dell’Ocean X Team è ritornato dalla sua prima spedizione subacquea per capire la natura del misterioso oggetto circolare e raccogliere più dati possibili. In base a quello che si è scoperto più di una settimana fa, si tratta non di un UFO ma di una struttura circolare di circa 6o metri di ampiezza e lunga altrettanto, simile al cemento costituita sulla sommità da un collage di blocchi in pietra, al cui centro vi è il un foro oblungo di apertura. Probabilmente una sorta di antica costruzione?
Ma le anomalie continuano e sono sconcertanti: è notizia di poche ora fa quella rilasciata dalla squadra investigativa norvegese che ha dichiarato di aver riscontrato ben due anomalie, una delle quali, la presenza di un inspiegabile campo elettromagnetico proprio nella zona attorno alla misteriosa costruzione, sia nelle profondità che in superficie.
E’ un impulso EMP emesso proprio da questa inspiegabile struttura? Sembrerebbe di sì. 
La spedizione, avrebbe dovuto fornire delle risposte ma è invece ritornata con ancora più domande.
Ecco quanto dichiarato dal norvegese Ocean X Team“Abbiamo guardato il nostro computer da immersione, un computer per le esplorazioni subaquee profonde, e ha rilevato che la temperatura subacquea nei pressi dell’oggetto è di un grado sotto lo zero, è abbastanza fredda per un subaqueo, ma quello che non riusciamo a capire è come sia possibile avere acqua allo stato liquido ad una temperatura al di sotto dello zero gradi, dovrebbe essere impossibile. Forse si può spiegare con le correnti sottomarine che muovono continuamente l’acqua”.
Ma è stato pure rilevato un altro strano fenomeno.
Uno dei principali obiettivi dell’esplorazione subaquea era quello di filmare l’oggetto con una telecamera montata su un sommergibile robotizzato, ma, non appena questa è arrivata nelle vicinanze della struttura ha improvvisamente smesso di funzionare.
“Anche in superficie, quando eravamo sopra le coordinate dell’oggetto, tutte le apparecchiature elettriche e il telefono satellitare hanno smesso di funzionare, e quando ci siamo allontanati dalle coordinate di circa 200 metri di distanza abbiamo riscontrato che le nostre apparecchiature funzionavano di nuovo normalmente, ma poi quando siamo rientrati nel raggio dei 200 metri, tutto si è spento di nuovo. Questo ci sembra un pò strano”.
Stefan Hogerborn, del team Ocean X ha dischiarato che non ha mai vissuto niente di simile nei suoi 20 di subaqueo professionista.
Dennis Asberg, un altro membro del team ha detto che è sicuro al cento per cento che hanno trovato qualcosa di molto insolito da questa prima spedizione.

Terremoti, lo studio nascosto: “Decine di migliaia di vittime” possibili tra Reggio e Messina


Un documento firmato dai più autorevoli sismologi italiani, sottoscritto anche dall’Ingv, spiega che il “Big One italiano” potrebbe colpire la zona dello Stretto, provocando una strage. Dovuta non alla potenza dell’evento, ma a scelte dissennate in fatto di edilizia e urbanistica

Un terremoto tra Messina e Reggio Calabria potrebbe provocare “decine di migliaia di vittime”. Uccise non dalla fatalità ineluttabile del sisma, ma dalle scelte umane – e politiche – in fatto di edilizia e urbanistica.

Lo scenario è contenuto in un documento ufficiale firmato da sedici sismologi con tanto di marchio dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, e dell’Eucentre, il Centro europeo di ingegneria sismica con sede a Pavia, considerato un’eccellenza mondiale nel suo campo.

Tra gli esperti che hanno curato lo studio figura Rui Pinho, portoghese trapiantato in Italia, oggi responsabile di Gem, un progetto mondiale di prevenzione del rischio sismico. Insomma, la previsione della strage non proviene da outsider improvvisati, ma dalle massima autorità scientifiche in fatto di terremoti.

Lo studio risale al 2008, ma non c’è speranza di trovarlo su internet. E’ stato pubblicato per il grande convegno internazionale di Messina che ricordava il centenario del sisma che devastò la città dello Stretto nel 1908, provocando 86mila morti, per lo più persone colte in casa nel sonno poco dopo le cinque del mattino.

Il booklet del professor Pinho dei colleghi non compare tra il materiale del convegno pubblicato sul web. Di più, sul sito dell’università di Messina compare una versione più tecnica della stessa ricerca, ma le stime sul “costo della riparazione del danno” e sulle “vittime a causa del collasso strutturale” sono cancellate da una serie di “X”. E se, come pare, il numero di X corrisponde al numero di cifre cancellate, si parla di miliardi di euro e, appunto, decine di migliaia di morti (guarda il documento).

Le stime sono state nascoste e l’allarme è caduto nel vuoto.

Nella sponda siciliana e, soprattutto, su quella calabrese, come dimostra la videoinchiesta di ilfattoquotidiano.it.

E come dimostra la triste sorte del monumentale “Rapporto Barberi”, la valutazione della “vulnerabilità sismica” di oltre 40 mila edifici pubblici – a partire dalle scuole – nelle regioni del centrosud a maggiore rischio sismico. Lo studio risale al 1997-1998, fu pubblicato nel 2001 e distribuito a tutte le amministrazioni comunali interessate. Di anno in anno diventa più datato, pur essendo rimasto in larghissima parte disatteso .

Ma periodicamente la terra si incarica di ricordarci che in Italia il rischio di sismi devastanti è concreto. Com’è successo di recente in Emilia e Lombardia.

“In corrispondenza dello scenario sismico considerato in questo studio, ci potrebbero essere decine di migliaia di vittime dovute al solo scuotimento del suolo”, si legge nello studio intitolato “Dal terremoto di Messina 1908 alla valutazione di scenari di danno nel 2008”. Il condizionale è dettato dal fatto che il numero di morti e feriti varia in base a elementi del tutto casuali: a parità di forza, per esempio, un sisma fa più vittime se si scatena in piena notte, quando la maggioranza della popolazione è in casa a dormire – come è avvenuto a L’Aquila nel 2009 – che non durante il giorno.

Di un terremoto non si possono prevedere né l’ora, né il giorno, né il mese, né l’anno. Di questo la comunità scientifica resta graniticamente convinta, e non c’è caso Giuliani che tenga.

Quello che invece si può prevedere è il rischio sismico di una determinata area e la magnitudo massima che il suolo potrebbe sprigionare. “L’area dello Stretto di Messina si estende nel segmento meridionale dell’Arco Calabro, una delle aree sismicamente più attive in Italia”, si legge nello studio. Insomma, potrebbe essere questo il teatro del “Big One italiano”. Che, data l’esperienza storica e l’analisi delle faglie, potrebbe sviluppare una magnitudo compresa tra i 7 e i 7,5 gradiChe in aree costruite con criteri antisismici, come Tokyo o la California, farebbe certamente molte meno vittime di quelle previste tra Reggio e Messina, come spiega a ilfattoquotidiano.it il sismologo dell’IngvRomano Camassi.

“Il segmento più a Sud dell’Arco Calabro, tra Catanzaro e Messina, ha subito nella storia molti terremoti di elevata magnitudo, alcuni dei quali caratterizzati da magnitudo maggiori di 7”, scrivono i sismologi nello studio per il centenario del terremoto di Messina. “Attualmente, la subsidenza dello Stretto di Messina, relativamente sia alla Calabria che alla Sicilia procede al passo di pochi millimetri per anno”. E mentre il fondale dello Stretto collassa lentamente, sulla terraferma la popolazione cresce. Nel 1908 a Messina e dintorni abitavano 150 mila persone, oggi sono circa 500 mila.

Che fare, allora?

La risposta dello studio è chiara: “L’aspetto più importante per una città come Messina” è “la pianificazione urbana per lo sviluppo futuro della città”. Perché, sottolineano gli studiosi, “le perdite in termini di vite umane provocate dai terremoti sono direttamente correlate al numero di edifici crollati”. Numero che evidentemente dipende da come, dove e con quali materiali sono costruiti, come dimostra su scala minore il recente caso dell’Emilia.

Da qui la raggelante previsione della castastrofe.

 

Terremoto in Emilia – Ci sono 514 pozzi perforati!


…era uno studio commisionato dai petrolieri della Sclumberger ed eseguito da scienziati russi che affermavano che trivellare aveva portato a terremoti di grado anche 7 della scala Richter in zone desertiche dell’Uzbekistan…

Vi sembran pochi 514 pozzi di cui una sessantina già dismessi in un’area così urbanizzata e fragile?

Pensate che tutto questo furioso estrarre dal sottosuolo possa tradursi in stabilità geologica?

Perchè fino a poco fa nessuno ne sapeva niente?

Forse perchè il popolo non deve sapere quello che le entità straniere si prendono dal nostro sottosuolo?

Chi le controlla? Ammesso che un qualche controllo ci sia, ci dicano se ci sono state pratiche di fratturazione e quanti fanghi venefici sono stati introdotti nel sottosuolo e a che pressione.

Ci dicano quanto  e a che pressione viene iniettato il gas per lo stoccaggio.

Ci dicano cosa succede quando lo prelevano troppo rapidamente.

Fracking? In termini molto semplici, e’ una tecnica relativamente nuova
con la quale si manda giu’ nel terreno un cocktail di roba chimica ad alta pressione, si causano microterremoti con i quali la roccia porosa viene fratturata (e di qui il nome hydraulic fracturing), il gas contenuto nei pori della roccia viene sprigionato e poi catturato per essere commercializzato.

Ecco allora il concetto dei (micro)-terremoti collegati al fracking: il fracking di per se causa delle microscosse. Ma queste microscosse, in generale, sono di intensita’ bassa, o almeno questo secondo le intenzioni di chi fa il fracking.  A volte restano gli interrogativi se sia proprio la pratica del fracking in se a scatenare terremoti di intensita’ media – attorno al grado 2,3 o eccezionalmente anche 4 della scala Richter, ma in genere i terremoti sono di intensita’ bassa.

Quello che invece e’ piu’ pericoloso, in relazione al fracking, e’ l’utilizzo di una miriade di pozzi cosiddetti di re-iniezione, pozzi dismessi in cui si iniettano i fluidi di scarto – la monnezza del fracking.

Per ogni pozzo attivo, infatti vengono prodotti enormi quantita’ di  monnezza fluida – tossica e radioattiva –  e non si sa che farne. A volte i petrolieri costruiscono delle vasche a cielo aperto per metterci questa monnezza, i cosiddetti waste pits, altre volte invece usano pozzi sotterranei dismessi per il contenimento.

Ora, quando si usano pozzi dismessi di re-iniezione, il fluido di scarto viene tenuto ad*alta pressione* ed e’ questo il vero problema: l’alta pressione dei pozzi, che spingono sulla roccia circostante, potenzialmente lubrificando e cambiando gli equilibri fra le faglie sismiche.

In Emilia Romagna ci sono 514 pozzi perforati, di cui 69 non produttivi e destinati ad “altro uso“.